È difficile capire che cosa sia Fede e Luce, coglierne l'originalità, se non si sa perché questo movimento è nato quarant'anni fa.

 

Molti oggi sanno dare un volto alla parola 'handicappato' (ormai sostituito con 'disabile'), termine che designa una persona con difficoltà più o meno gravi (intellettive, psichiche, sensoriali, o anche fisiche). Pochi però sanno che cosa significa per una famiglia la presenza di un figlio portatore di handicap.

 

Chi siamo

Chi lo sa, sa anche che le parole non possono esprimere la difficoltà, la sofferenza, il disagio, la difficile situazione in cui queste famiglie (non solo i genitori, ma fratelli e sorelle) si trovano a vivere, spesso per un'intera vita.

 

La reazione alla delusione per non aver un figlio “normale” è diversa per ogni genitore, ma in tutti, soprattutto nei genitori di un figlio con handicap intellettivo o psichico, è causa di ferite difficilmente rimarginabili. Sono proprio queste ferite di fondo che portano la famiglia all’isolamento, all’impressione di essere emarginata, a sentirsi diversa dalle altre famiglie proprio a causa di quel figlio diverso.

 

Fede e Luce è sorta con l’intento di sottrarre le famiglie a questa tentazione di isolarsi, di tagliarsi fuori dalla vita “normale”, perché pian piano scoprano che proprio il loro figlio più fragile può essere fonte di solidarietà e di unione con gli altri. Per questo mi piace chiamare Fede e Luce un “cammino” di persone molto diverse fra loro (genitori, persone disabili e amici di ogni età e di ogni ceto) che si fanno prossime le une alle altre, senza distinzione fra chi dà e chi riceve, perché tutti danno e ricevono allo stesso tempo.

 

Genitori, persone con handicap mentale, amici, e quando è possibile un sacerdote o un seminarista, si mettono insieme, in gruppo di 30/40 per formare una comunità di incontro. Comunità è una parola grossa e qui non indica, come di solito, una comunità di vita. A Fede e Luce vuol dire che queste tre componenti stringono fra loro legami di amicizia fedele che si esprime soprattutto durante l’incontro.

L’incontro è ritrovarsi per un po’ di tempo (qualche ora, una giornata, un week-end, 7/10 giorni nei campeggi), con regolarità (una o due volte al mese) per vivere la festa, lo scambio e la celebrazione.

E difficile dire in breve cosa sia una “Comunità Fede e Luce” perché solo partecipandovi è possibile vivere un’amicizia che pare preclusa a certe persone, con le ombre e le luci che questo legame porta con sé. È difficile dire quale sia lo sconvolgimento che provano un papà o una mamma nel sapere che per tutta la vita il loro figlio non parlerà, non camminerà, non sarà autonomo, non si potrà sposare, non... non... Ma è ancor più difficile credere che proprio questo figlio così tutto “al negativo” può diventare per qualche amico un segno importante nella sua ricerca del senso da dare alla sua vita, nel suo cammino di conversione.

 

 

È difficile immaginare che negli incontri di comunità alcune mamme o papà - prima così provati ed emarginati nel profondo della loro esistenza - hanno scoperto di essere preziosi e indispensabili per il benessere del loro figlio disabile e che, proprio per essere tali, hanno bisogno dell’aiuto degli altri amici, degli altri genitori, in qualche caso di persone competenti.

 

Altre mamme e papà hanno riscoperto la gioia di “stare con gli altri” come persone normali: hanno ritrovato la gioia della danza, del canto, del picnic, dell’invito a pranzo nelle loro case che pensavano non più adatte “a far festa”. Così, poco per volta molti genitori, attraverso le nubi oscure della loro esistenza, hanno riaccolto la speranza scaturita dall’amore degli amici (l’amore, a volte, messo alla prova da routine, stanchezza, impegni...), speranza che li ha spinti a ricercare a tastoni quel Dio dal quale si erano staccati perché troppo provati in quel che era loro più caro.

Cose difficili da raccontare, ma che si possono vivere e che esigono quel silenzio che la zona segreta e stupita del cuore richiede.

 

Non a tutti Fede e Luce ha dato grandi risultati. Un cammino si fa a piccoli o a grandi passi: c’è chi si ferma e chi corre avanti. Per alcuni il peso del figlio troppo difficile, la situazione familiare o lo stesso carattere, sono tali che il cambiamento diventa difficile o quasi impossibile. Per loro bisogna saper aspettare e continuare ad essere vicini, sapendo che il vero cambiamento non viene da noi.

La sofferenza resta, è lì, presente in ogni famiglia, ben visibile in ogni comunità. Non c’è bisogno di parlarne tanto è evidente e, a volte, scandalosa se guardata da occhi inesperti. Potrebbe suscitare disagio e fuga se non fosse circondata da quell’atmosfera di “accoglienza” che si può creare solo insieme, certi che i poveri e modesti segni che la suscitano sono vivificati dalla grazia che ci è stata promessa: “Quando due o tre sarete insieme nel mio nome, io sarò con VOI.”

Scritto da Mariangela Bertolini Ombre e Luci N.31 (1990)

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