Solstizio d’estate

Il pellegrinaggio ad Arona delle comunità del Piemonte e Valle d'Aosta

Come ogni anno le comunità di Fede e Luce presenti in Piemonte e Valle d’Aosta si ritrovano nel mese di giugno per un momento insieme con lo scopo di condividere l’amicizia e di alzare uno sguardo di gratitudine verso chi rende perennemente nuove le nostre vite e dunque le nostre relazioni. Qualcuno in grado di rinnovare il senso del nostro esistere: quello di portare Gesù a tutti e soprattutto di portare tutti a Gesù.

Per vocazione nasciamo pellegrini e quindi quest’anno ci siamo spinti fino ad Arona sulla sponda piemontese del Lago Maggiore. Lo abbiamo fatto anche per un motivo semplice eppure prezioso: lì da qualche tempo vive Marcella, insegnante, e amica di Fede e Luce che è in contatto con Alessandro, Annamaria e Luis, una famiglia che desidera conoscere e portare questa luce in quell’angolo suggestivo del Piemonte. Un piccolo seme che un giorno fiorirà.

Esistono oggi, più di ieri, molti servizi che aiutano le persone disabili e le loro famiglie. Ma non sempre è facile portare aiuto in quell’aspetto più delicato e soggetto a essere eluso, perché difficile da vivere, ossia quella condizione dell’animo in cui si viene a trovare chi vuole una risposta al dolore innocente. Fede e Luce è sorta con l’intento di sottrarre le famiglie a questa tentazione di isolarsi, di tagliarsi fuori dalla vita «normale», perché pian piano scoprano che proprio il loro figlio/a più fragile può essere fonte di solidarietà e di unione con gli altri. Un cammino di persone diverse fra loro: genitori, persone disabili, amici, di ogni età e di ogni ceto che si fanno prossime le une alle altre, senza distinzione fra chi dà e chi riceve, perché tutti danno e ricevono allo stesso tempo. Non siamo un gruppo di volontariato, ma di amici.

L’accoglienza di don Benoit e della famiglia parrocchiale della Natività di Maria Vergine in Arona ci ha fatto trovare subito a casa con una messa vivace e partecipata. Abbiamo mimato il Vangelo con un invito forte a «non avere paura», perché Dio si prende cura di noi, conosce perfino quanti capelli abbiamo in testa e ci invita a gridare dalle terrazze la sua bontà e tenerezza.

L’ospitalità è continuata con il pranzo al sacco in Oratorio, un momento di vera festa e di gioia. Mentre condividevo il pomodoro con Salvatore o la torta salata con Diego, mi è tornato in mente un aneddoto letto da qualche parte. Una giornalista africana venne a fare un lungo viaggio in Europa, per un servizio per il suo giornale. Al termine le chiesero: «Che cosa l’ha colpita maggiormente di questo paese?». Rispose: «Avete cibo troppo abbondante e feste troppo misere». Aveva colto qualcosa di profondo. Fosse passata in quel di Arona ieri, avrebbe sicuramente respirato un’altra aria. La festa della tavola!

Il gioco alla scoperta degli «Angeli, messaggeri di Dio» ci ha aiutato a percorrere una traccia che ha accompagnato tutte le comunità di Fede e Luce nel mondo e a scoprirne le caratteristiche: Dio non ci abbandona e si prende cura di noi, perché ognuno è amato in modo unico, distinto, speciale, irripetibile e incondizionato. Un messaggio chiaro per Fede e Luce da portare al mondo di oggi, nell’epoca dell’insoddisfazione di massa: «Siamo in buone mani!».

La festa è continuata con una passeggiata sul lungolago a raccogliere qua e là ondate di refrigerio piacevolmente intente a spezzare il solstizio d’estate che prepotentemente sembrava voler occupare per intero la scena. Un buon gelato e, per i più sfiziosi, una bella granita hanno contribuito a oltrepassare la calura e a gustare con attenzione i mille sapori della vita. Perché ci sono sempre! È vero, il male ci ferisce, ci schiaccia, ci spaventa. E ci interroga perché mette alla prova la nostra fiducia nella vita. Ecco perché anche un momento così semplice e normale può diventare un allenamento degli occhi alla bellezza, del palato ai gusti, del naso ai profumi.

L’orologio scorre, ma abbiamo ancora il tempo per una breve salita in pullman al Sacro Monte per una fotografia ai piedi del San Carlone. Carlo Borromeo, nativo di Arona, arcivescovo di Milano, grande riformatore in un’epoca, il Cinquecento, piuttosto turbolenta e agitata da spaccature morali e fisiche. Un testimone autentico dell’amore di Dio che raggiunse il suo culmine durante la peste scoppiata a Milano nel 1576. Appena si sparse la notizia del terribile morbo, il governatore della città fuggì con la sua famiglia, mentre il Borromeo che si trovava in visita pastorale fuori città, pastore instancabile in mezzo al suo popolo, si affrettò a rientrarvi e cominciò subito ad organizzare i soccorsi, impegnando tutte le risorse della Diocesi e vendendo perfino il principato di Oria nelle Puglie che faceva parte del suo patrimonio familiare. Un grande uomo con un grande cuore, ecco perché i suoi conterranei lo hanno voluto emulare con la colossale statua in rame.

La giornata si è conclusa con saluti, abbracci e sorrisi scaturiti spontanei dai partecipanti delle quattro comunità presenti: Mondovì, Biella, Torino e Cuneo, senza dimenticare la presenza discreta ma significativa di Nives, la nostra coordinatrice provinciale, e di sua figlia Chiara da Milano. Prima di chiudere gli occhi, lo sguardo mi è caduto su una frase di un bel libro che ho appena finito di leggere in questi giorni. Si parla di gioia. Meglio di ogni altra frase può servire da chiosa a questa giornata da annoverare nel libro dei ricordi: «È vero che a prima vista la gioia appare come qualcosa di irrilevante, quasi impalpabile, per nulla quantificabile economicamente, eppure il suo potere è grande: è luce, calore, colore, charme, stile, motivo, motivazione, motore, incentivo, forza, resilienza, apertura, tenerezza, futuro e infine speranza. Con la gioia, tutto si tiene. Senza la gioia, tutto si disperde» (A. Matteo).

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