L’impegno silenzioso dei padri

Mia figlia, Maria Francesca, ha vissuto sedici anni: non parlava, non camminava, mangiava con molta difficoltà; non partecipava alla vita relazionale e la sua statura è sempre stata nettamente infe...

da | 4 Giu, 2025 | n.65 – giugno 2025

Mia figlia, Maria Francesca, ha vissuto sedici anni: non parlava, non camminava, mangiava con molta difficoltà; non partecipava alla vita relazionale e la sua statura è sempre stata nettamente inferiore alla media… Non dormiva, non si sviluppava.

È naturale che la madre sia al centro dell’attenzione di tutti quando le cose vanno bene e quando sembrano andare male. È lei che ha portato il suo bambino per nove lunghi mesi, gli ha parlato in silenzio, lo ha sentito muoversi. Si è abituata a cambiare il suo modo di vivere per lui, a mettere i propri bisogni in secondo piano… È lì che si stabilisce quella relazione misteriosa che trova il suo culmine nel momento meraviglioso della nascita, che lega per sempre la madre al suo bambino.

Il padre può sentirsi escluso da questo legame tacito e affettuoso fatto di carne e di sangue, di rinuncia e di amore, di apprensioni e di attese. Ma non è vero, almeno in parte, vi partecipa comunque, visto l’amore e la complicità che ha con la madre del suo bambino. La ama: è per questo che ha fiducia in lei e ama il suo bambino fin dal primo istante. Per amore di sua moglie, accetta i limiti e le difficoltà della nuova situazione familiare; per amore di lei, nonostante la sua goffaggine, il padre è capace di preparare un nido accogliente per uno sconosciuto, di adattarsi alla sua presenza, di prendersi cura di lui, di amarlo.

Nella famiglia, il padre deve sempre essere presente. Il suo ruolo è proteggere, sostenere, cercare di capire e consigliare, prendere decisioni. Saper ascoltare. È l’amore della madre che lega il padre al suo bambino.

Quando il bambino diverso viene al mondo, la mamma si sente coinvolta con tutto il suo essere. Si sente colpevole, responsabile di non essere stata capace di “fare” un bambino come gli altri: non è stata all’altezza del suo compito più grande. Si sente offesa, diminuita, tradita, abbandonata da Dio.

Si ripiega su se stessa nel suo dramma, chiude il suo cuore e la sua anima a tutti, compreso suo marito: muta e pietrificata nel suo mondo doloroso, ma selvaggiamente pronta a ergersi contro chiunque per difendere quel bambino “diverso”, che rifiuta e al quale, allo stesso tempo, si sente indissolubilmente legata. Si copre di un’armatura di ghiaccio e respinge ogni manifestazione di affetto che potrebbe venire da suo marito, ma che non è più in grado di accettare e comprendere.

È il momento in cui il padre deve più che mai svolgere il suo ruolo. Il padre, che ha conosciuto il suo bambino solo quando è venuto al mondo; che non lo ha portato nel suo grembo ma lo ha amato come frutto del suo amore, che lo ha sognato come un compagno, come la realizzazione di ciò che lui, il padre, avrebbe voluto essere; il padre, anche lui ferito e sofferente, deve avere il coraggio di spalancare le braccia al neonato, la forza di rinunciare alle sue aspettative. Il padre, che ne ha tanto bisogno, deve avere la forza di rinunciare alle carezze e alla vicinanza di sua moglie, anche quando è stanco, scoraggiato, abbattuto. Deve trovare il coraggio di restare, insomma, ancora una volta, in disparte.

Vorrebbe lasciar scorrere le lacrime ma non ha il tempo di piangere. Sorride alla mamma, perché ritrovi il sorriso. Sorride al suo bambino “diverso” e lo stringe al petto, per fargli sentire che è amato. Lo prende tra le braccia, per far capire alla madre che le è riconoscente. Lo circonda di cure e di affetto; lo ama e vuole dissipare tutti i dubbi della madre. Vuole farle capire che quel bambino ha un valore inestimabile, unico: perché è figlio di Dio e ha un destino immortale.

Il padre lascia la stanchezza alla porta quando rientra dal lavoro. Non è il momento di essere stanco. Bisogna lasciare alla madre dei momenti di riposo e di svago. Le parla quindi con calma della sua giornata e la aiuta mentre si occupa del bambino.

Si alza la notte, quando il piccolo piange…

Mette da parte ogni umiliazione e ogni dubbio. Non si può perdere la fiducia quando si accompagna la propria moglie e il proprio bambino “diverso” nella loro interminabile e dolorosa ricerca da un medico all’altro. Bisogna essere coraggiosi, trovare le parole giuste perché lei non si senta sola, per darle la fiducia e la forza di continuare il suo cammino, di affrontare la realtà e di accettarla facendola propria; semplicemente, con fiducia.

Quante persone intuiscono il dolore e la solitudine che vive un padre? Quanti conoscono i nostri pianti silenziosi, la desolazione della nostra anima di fronte a un futuro apparentemente senza speranza? Quanti hanno misurato gli sforzi fatti per placare la rivolta, per vincere la tentazione di abbandonare tutto e di smettere di lottare; per superare l’angoscia che ci ispira il pensiero del futuro di nostro figlio e di sua madre? I padri non vogliono che questo si sappia. Hanno un grande pudore dei loro sentimenti. E fanno rumore solo di tanto in tanto, quando davvero non ce la fanno più.

Per un papà, basta che il sorriso sia tornato a illuminare il volto della mamma e che ormai risplenda su tutta la famiglia; che lei sia uscita, con l’aiuto di Dio, dalla prigione nella quale si era rinchiusa e che abbia riaperto le porte del suo cuore e della sua casa. Che non si vergogni più di uscire per strada con il suo bambino.

Maria Francesca è sulle mie ginocchia. Sento la sua mano accarezzarmi il viso, con dolcezza e leggerezza. Ha capito tutto.

Estratto dalla testimonianza di Paolo Bertolini
(Articolo del 1987 della rivista Ombre e Luci, Italia)

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