I fratelli e le sorelle – La lettera di Marie-Hélène Mathieu

Marie-Hélène Mathieu riflette sull’amore tra fratelli e sorelle, soprattutto quando in famiglia c’è la disabilità: un cammino d’amore che unisce e trasforma.

da | 17 Set, 2025 | n.66 – settembre 2025

“Amarsi come fratelli” dice la saggezza popolare, per indicare un’amicizia fedele e profonda. I fratelli: lo stesso sangue, le stesse radici, la stessa linfa vitale e lo stesso tetto, la complicità dei ricordi comuni. Tutto questo crea legami misteriosi e forti.
Eppure, l’amore fraterno non è sempre facile.

Fin dalle prime pagine della Bibbia vediamo Caino, invidioso di Abele, che lo uccide e si giustifica dicendo: “Sono forse il custode di mio fratello?”.
E anche Giuseppe viene venduto dai suoi fratelli che vogliono liberarsene.
In ogni famiglia, l’amore tra fratelli e sorelle si accompagna a piccole o grandi rivalità, gelosie, tensioni.
È la dimensione orizzontale dell’amore, l’apprendimento della vita sociale, che non avviene mai senza scosse.

Questo è ancora più vero quando la famiglia è segnata dalla prova. I fratelli e le sorelle di una persona con disabilità si trovano chiamati a una sorta di vocazione speciale, che cambia secondo l’età, il ruolo di ciascuno e la gravità della disabilità del fratello o della sorella.
Molto dipende anche dall’atteggiamento dei genitori: dal rifiuto, più o meno consapevole, fino all’amore preferenziale per ciascuno.

È naturale per i genitori vigilare di più sui più piccoli che sui grandi, e sul malato più che sul sano. Questo i bambini lo comprendono. Ma nel caso di un figlio con disabilità,
egli resterà sempre “il più piccolo”, “il più fragile”. Rischia di essere visto per sempre come il malato.

I fratelli e le sorelle sono quindi chiamati, non a essere meno amati, ma meno circondati. Proprio quando vorrebbero ricevere di più, devono imparare a dare di più.
A un’età in cui desidererebbero essere i più coccolati, devono accettare che un altro lo sia al loro posto.

Ricevono dunque meno tempo e attenzioni — ed è spesso inevitabile. Ma sono anche chiamati a donare di più, ad aiutare i genitori, a prolungare la loro cura
verso il fratello o la sorella feriti. Così, chi sembra ricevere meno amore è in realtà chiamato a essere più amorevole.

In verità, non è una difficoltà in più, ma un elemento di soluzione. Chi accetta di aprirsi, di donarsi, di piegarsi per amore dell’altro ferito nel corpo o nell’intelligenza,
sperimenta una gioia più grande di quella che si trova nel rimpianto o nella chiusura.

Molti fratelli e sorelle che hanno vissuto questa esperienza dicono che tutto diventa più chiaro quando i genitori sanno spiegare e rassicurare. A quelli di cui si occupano meno, devono dire: “Non vi amiamo di meno.” E a quelli a cui chiedono di più, devono dire — senza paura di ripetersi —: “Abbiamo fiducia in voi e vi siamo riconoscenti.”

Così, genitori e figli imparano poco a poco a essere complici affettuosi:
intorno al più fragile, la famiglia si compatta, cresce e diventa una vera comunità d’amore, un luogo di accoglienza e di crescita interiore per ciascuno.

Meglio accendere una lampada che maledire l’oscurità.

Marie-Hélène Mathieu

Ti potrebbero interessare