Questo titolo è paradossale. Le disabilità, che siano lievi o gravi, fanno parte della nostra vita quotidiana. La risurrezione ci è promessa, ma solo «dopo». A prima vista, c’è una vera contraddizione…
La disabilità diminuisce, svaluta, limita. La temiamo per noi stessi: «Preferirei morire piuttosto che diventare dipendente», dice un giovane nonno. La disabilità è ancora più temuta per i propri figli.
La risurrezione, d’altra parte, è la vittoria della vita sulla morte. È l’amore che trionfa su ogni male. È Gesù che, il mattino di Pasqua, risorge dalla tomba e si rivela nella sua gloria. Attraverso la nostra fede, abbiamo la grazia di credere che un giorno, con lui, risorgeremo. Conosceremo questa terra nuova e questo cielo nuovo dove Dio ci accoglierà. «Egli asciugherà ogni lacrima, […] non ci sarà più lutto, né pianto, né dolore…» (Ap 21,4).
Di questo, siamo certi. Ma oggi, sulla terra, di fronte alla malattia, alla sofferenza, alle divisioni e alle separazioni, è possibile vivere tanti Venerdì Santi con un cuore pasquale?
Siamo circondati da persone con disabilità e genitori che hanno vissuto terribili sconvolgimenti nella loro vita. La prova che ha segnato profondamente il loro essere spesso permette ad altre qualità di emergere. In profondità, essa chiama alla comunione con gli altri e con Dio.
Béatrice e Philippe: due vite che sembrano sprecate. Lui, completamente immobile nella sua sedia a rotelle. Lei, colpita da una malattia cronica che l’ha portata da un ospedale all’altro. Eppure, quando li abbiamo visti per la prima volta in uno studio televisivo, la loro luminosità ci ha colpito. Come spiegarlo? Ci hanno aiutato a scoprire che questa prova radicale li ha risvegliati a una nuova ragione di vivere. Nel mezzo della sofferenza, la gioia nasce da un «sì» alla realtà, rinnovato con grande difficoltà ogni giorno.
Béatrice e Philippe ci hanno anche aiutato a capire che le risurrezioni spirituali non devono essere separate da tutto ciò che può portare sollievo e guarigione ai nostri corpi o alle nostre psiche ferite. Abbiamo bisogno di medici e psicologi competenti e saggi, vicini ai loro pazienti. Abbiamo anche bisogno di direttori spirituali ben formati. […]
Se accogliamo il nostro fratello o la nostra sorella con disabilità, se riconosciamo umilmente in noi stessi il bambino fragile e ferito che tutti siamo, se invochiamo il Signore in aiuto, lui ci dirà «Eccomi»; ci guiderà costantemente; rinnoverà le nostre forze (cfr. Is 58, 9-11).

Marie-Hélène Mathieu
Da «Dieu m’aime comme je suis» (1998)



